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Quando guardo il mio “GROP”,
mi viene sempre da sorridere. Infatti, ogni volta che lo ammiro, nella
sua semplicità e nella sua bellezza, penso a MAX e a tante altre persone
e amici che mi chiedono incuriositi, il significato di quel piccolo
straccetto bianco, arrotolato , con il suo nodo (GROP).
al centro. In realtà, pensandoci bene, se una persona non è a conoscenza
che il “GROP” è un braccialetto che “identifica”, tutte
le persone che hanno un rapporto speciale con la Montagna, si meraviglia
di vedere quello strano braccialetto al polso di molte persone che si
incontrano nei sentieri della nostra Montagna. Quindi dopo aver ricevuto
un’infinità di domande sul “GROP”, ho deciso di
raccontare, in parole povere, la storia che io conosco sul “GROP”.
Un giorno, tanti anni fa, quando ero ancora bambino, mentre con i
salesiani del Bearzi di Udine, stavamo rientrando a Pierabech da una
escursione sul Coglians, ci fermammo al Rifugio Marinelli per una breve
sosta.
Ricordo che i nuvoloni correvano bassi, accarezzandoci il viso e
giocando con l’azzurro delle piccole finestrelle del rifugio, facendo
scomparire e riapparire le montagne e il rifugio stesso, come in un
continuo e divertente gioco di prestigio. Mi ero seduto all’interno del
rifugio su di una panca nella piccola ma accogliente e calda sala
attorniata dalle pareti che parlavano tutte di
montagna con le immagini che vi erano appese. La mia attenzione era
stata subito attirata da un piccolo libricino sgualcito e ingiallito dal
tempo. Lo presi in mano e subito mi meravigliai di come potevano stare
ancora unite le sue pagine. Un’ infinità di deboli filetti di tessuto e
colla tenevano unite le pagine in modo molto precario. Il libro si
intitolava “IL VECCHIO E IL SUO GROP” (GROP
nella lingua friulana significa NODO). Il libro raccontava la storia di
un vecchio che aveva deciso di trascorrere la sua vecchiaia tra i monti
del Friuli Venezia Giulia. Di lui non si sapeva nulla. Tutti lo
chiamavano il vecchio e nessuno conosceva il suo vero nome. Il vecchio
non si era mai presentato ne tanto meno aveva raccontato la storia della
sua vita e del suo passato a nessuno. Leggevo le pagine di quel
libricino, come si beve un bicchiere d’ acqua fresca, quando si è pieni
di sete; la mia mente era rapita dalle lettere stese su quelle pagine
ingiallite dal tempo e dal fumo. Lo scrittore raccontava che il
“vecchio” camminava sui sentieri delle nostre montagne in lungo e in
largo e non c’ era escursionista che almeno una volta, nelle sue
escursioni, non l’ avesse incontrato. Il vecchio veniva descritto come
una persona anziana, non tanto alta, senza un’ età certa. I suoi capelli
di un grigio quasi metallizzato, sempre tagliati a spazzola e corti,
creavano un forte contrasto con il viso, scolpito dalla luce e dal
tempo. Lo si incontrava ovunque con il suo zaino, la sua penna, il suo
quaderno e il suo inseparabile bastone intarsiato. Di lui si sapeva poco
o quasi nulla. L’unica cosa che si sapeva era che aveva deciso di
passare la sua vecchiaia, vivendo in casere, bivacchi e ricoveri,
lontano dalle grandi città. Il “vecchio” nel racconto veniva descritto
come una persona che aveva sempre un parola per
tutti; raccontava le magie dei fiori svelandone nomi e segreti. Indicava
luoghi incantati e come arrivarci. Svelava trucchi, su dove e quando
avvistare simpatici animali, che, con il tempo, erano diventatati suoi
amici. Parlava di acque e di lune, di quadri della notte dipinti dalle
stelle. Aveva sempre un sorriso per tutti e la sua voce donava serenità;
quando parlava della montagna, diceva sempre che possedeva dei grandi
poteri e una grande “magia”: quella di farlo tornare
bambino. Quel vecchio per tutti, era diventato la montagna. Ormai faceva
parte integrante della stessa. Sempre più di sovente lo si trovava sulle
sue cime, mentre era assorto ad intagliare il suo bastone con il
coltellino o mentre scriveva o disegnava sul quaderno o semplicemente
mentre ammirava il panorama. Ma quello che attirava sempre la curiosità
e l’ attenzione delle persone che lo incontravano, era quello lo strano
braccialetto di “straccio” bianco, arrotolato, con al centro un piccolo
ed elegante nodo, che il vecchio portava al polso. Alla domanda di che
cosa fosse e cosa significasse quello strano braccialetto che indossava,
il vecchio rispondeva, con modi sempre gentili, la maggior parte delle
volte, divagando, che si trattava dell’oggetto più prezioso che lui
avesse, ma se riusciva a capire che la persona che aveva davanti, la
pensava come lui sulla montagna, allora, d’impulso, apriva lo zaino,
estraeva una birra e dopo averla stappata, gliela porgeva; era il suo
modo per iniziare il racconto sul suo braccialetto. Quando raccontava la
storia del suo braccialetto, i suoi occhi si illuminavano di una luce
diversa, mentre le parole scorrevano come fiumi in piena. Non erano
molte le persone a cui il vecchio aveva raccontato la “magica” storia di
quel braccialetto, ma di sicuro queste persone avevano qualche cosa di
speciale che le legava alla montagna. Il vecchio raccontava che quel
braccialetto di straccio bianco, all’apparenza insignificante e privo di
alcun valore materiale, in realtà era un preziosissimo e importantissimo
oggetto di inestimabile valore affettivo. Il vecchio raccontava di aver
ricevuto quel braccialetto da un “GRANDE” uomo che viveva tutto l’anno
assieme alla sua montagna e alle sue difficoltà, cercando di tenere in
vita un piccolo rifugio. Una sera , mentre erano seduti ad un tavolino
del rifugio, parlando di montagna, come tutte le volte che si vedevano,
l’uomo donò al “vecchio” quel piccolo straccetto bianco con al centro un
piccolo ed elegante nodo (GROP) raccontandogli la sua
storia e il significato di quel prezioso oggetto, spiegandogli, che il
piccolo nodo (GROP), posto al centro
del braccialetto, era un modo per non dimenticare e portare sempre con
loro, tra i sentieri della montagna del Friuli Venezia Giulia, tutte
quelle persone morte tra quelle montagne, mentre il colore bianco e lo
straccio, rappresentavano la solidarietà, l’ onestà e l’ umiltà. L’ uomo
gli donò il “GROP” e lo pregò di fare altrettanto, se sul
suo cammino, avesse trovato persone speciali che lo meritavano,
continuando una tradizione, che a lui era stata trasmessa dai sui
vecchi. L’uomo gli spiegò anche che non avrebbe dovuto preoccuparsi o
dispiacersi se perdeva tra i sentieri il “GROP”, in quanto quella era la
sua naturale fine o destino, cioè quella di scomparire, come d’incanto,
su qualche montagna amata particolarmente da una di quelle anime,
racchiuse in quel piccolo, grande nodo del “GROP”.
(Dorino Bon -
www.escursionando.net )
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